Rassegna Stampa di BIBLIOGRAFIA

 
   

 

 

NUOVO MOLISE

Il cabarettista ricorda in un libro tre aneddoti importanti

SABATO 7 APRILE 2001

di Mario Lepore

E Maurizio Santilli ricostruisce la vita del grande amico Enzo

"PER l'orgoglio di essere venafrani". Maurizio Santilli ci ripete spesso questa frase, quasi a voler rivelare il "movente" del suo lavoro. Ma anche per testimoniare come si può essere indipendenti e liberi, artisti senza padroni, in una realtà assai difficile. "Un libro-omaggio ad Enzo, a dieci anni dalla sua scomparsa - aggiunge Maurizio Santilli - il fatto di non scriverlo subito, magari ad un anno dalla morte, vuol dire che l'eredità artistica di Enzo arriva fino ai nostri giorni e va ben oltre".

Maurizio Santilli ha ricostruito la vita di Enzo in cento pagine, corredate di articoli di giornali e di foto, che parlano da sole. Anzi ancora di più che se fossero uno scritto o una parola. Si parte dalla sua infanzia, alle prime esperienze artistiche. Per arrivare ai trionfi degli ultimi anni ed agli ambiti riconoscimenti della critica e del pubblico. E soprattutto alla ricostruzione del grande talento di un artista che era contemporaneamente autore ed interprete delle sue canzoni. Ottimo cabarettista ed improvvisatore. Interprete di cinema e del teatro d'autore. Il primo ad aver inventato la radio d'autore e gli sketch su due note suggerite dal pubblico. Maurizio ci rivela tre aneddoti diversi, che gettano nuova luce sulla grande personalità di Enzo Guarini.

Tre "chicche" inedite, che meritano di essere conosciute. Nino Taranto disse una volta ad Enzo: "Guarì, voi mi piacete comm cantate e canzun napultane, pecchè finalmente facit capi' e parole". Il grande artista napoletano evidentemente si riferiva ad altri interpreti, che in "slang" napoletano "si mangiavano le parole". Il secondo aneddoto riguarda Mina, che telefonò a casa di Enzo perché gli componesse una canzone. A rispondere a Mina fu la giovane moglie inglesina di Enzo, da poco in Italia. La moglie, che parlava poco l'italiano, non conoscendo Mina, chiese il suo cognome. E Mina di rimando: "Mina Mazzini". Forse l'unico caso in cui la grandissima artista ha dovuto scandire il suo cognome. L'ultimo aneddoto é il più toccante. Agli inizi della carriera Enzo andava a casa di Totò, praticamente cieco, per trascrivere le sue poesie in napoletano. Totò dettava ed Enzo scriveva (era assai difficile scrivere in napoletano). Alla fine del lavoro Totò gli mise in mano un "magliocco" (fascio) di banconote. Neppure si capiva quante fossero. E poi rivolgendosi ad Enzo: "Andateve a divertì, voi che potete". Un Totò che spesso ripeteva malinconicamente ad Enzo: "Avete visto, so' rimasto io ed il cane (Duck)".

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Il Tempo

4 maggio 2001